Saturday, December 4, 2010

Un mare di litio sotto il deserto di sale (Dal Lipez al Salar di Uyuni, attraversando la Riserva Avaroa) (15-20.07.2010)


La Bolivia sud-occidentale non è un territorio facilmente accessibile. Come in gran parte della regione andina, le strade sono mancanti o in costruzione, e, quel che è peggio, mancano le segnalazioni, non solo sulle piste accessibili con veicoli fuoristrada, ma anche sulle poche carreggiabili in terra battuta. Così, per non rischiare di perdermi in questa regione, mi affido, insieme ad altri quattro viaggiatori, ad una guida del luogo, che con il suo fuoristrada ci conduce attraverso la Provincia del Lipez fino ad Uyuni. Possiamo così inoltrarci tra le innumerevoli piste che appaiono e scompaiono seguendo il corso dei fiumi, che in questa stagione sono talora nascosti sotto strati di ghiaccio.

Avventurarsi in quest'area potrebbe apparire una piccola follia estemporanea. Il periodo in cui ho viaggiato, dopo la metà di luglio, è stato anche particolarmente disagevole per un'ondata di freddo che ha colpito la zona, facendo scendere la temperatura a meno 18 durante la notte. Questo, ovviamente non è stato piacevole, specie considerando che gran parte dei rifugi per la notte erano casette di adobe (mattoni di fango), prive di riscaldamento, con finestre e porte che non chiudevano. Insomma, dei veri e propri congelatori. Eppure questo quadro non sarebbe completo se non si ricordasse che questo clima è stato eccezionale; e soprattutto se non si rammentasse che comunque la bellezza e la varietà di questo territorio compensano abbondantemente il disagio del viaggio. I paesaggi sono unici e sorprendenti: vaste zone desertiche dai colori che si illuminano sotto il profondo cielo azzurro delle Ande; grandi lagune colmate dalle piogge estive circondate da vette che toccano o superano i cinquemila metri; singolari fenomeni naturali, come le sorgenti di acqua calda (dove è possibile bagnarsi!) o gli impressionanti geysers che trasformano l'altopiano in una mitica regione lunare avvolta nei vapori dell'acido solforico, che tutto brucia e distrugge nelle vicinanze.


Nel viaggio da Tupiza alla Riserva Naturale Avaroa si attraversa un vasto territorio del sud Lipez. Quest'area è scarsamente popolata, e gli abitanti, che si distribuiscono in piccoli villaggi o casali isolati, si dedicano principalmente ad un'agricoltura di sostentamento e all'allevamento di ovini e lama. Sono le aree che coprono la Quebrada di Palala, il Sillar, che domina spettacolarmente due alte vallate, e l'insediamento di San Pablo del Lipez, che durante il giorno appare quasi deserto. I pochi bambini che vi si incontrano, forse per gioco o timidezza, si allontanano correndo da noi stranieri, gridando e ridendo tra le strade gelide.

Queste stesse aree hanno anche subito un intenso sfruttamento minerario, che però non ha prodotto insediamenti stabili. Ogni nuovo giacimento ha originato un'intensa ma breve urbanizzazione di popolazione operaia, che però si è sempre dissolta all'esaurimento del filone minerario, lasciando villaggi che presto sarebbero diventati rovine di pietra e adobe. Il caso più eclatante è quello di Sant'Antonio di Lipez, ora chiamato il Villaggio Fantasma, che raggiungiamo dopo poco più di un giorno di viaggio. Di questo insediamento, che un tempo contava diverse migliaia di abitanti e due grandi chiese, ora resta soltanto una vasta area di rovine abbandonate. I pochi abitanti superstiti si sono trasferiti nel più recente villaggio di Sant'Antonio a diverse miglia di distanza.

Tante sono le leggende che Santos, la guida che ci accompagna, racconta sulle cause dell'improvviso spopolamento del Villaggio Fantasma, alcune legate alla presunta e proverbiale corruzione morale dei suoi abitanti, accusati di promiscuità e delitti inenarrabili. Tuttavia, la ragione più plausibile per questo totale e subitaneo abbandono è da trovarsi nell'esaurimento delle risorse del sottosuolo, come è stato per molti altri centri abitati della regione, ora ridotti a mute rovine tra detriti minerari.


Quando, al mattino, si lascia alle spalle il villaggio fantasma, correndo sulla pista in direzione sud-occidentale, si raggiunge a breve una vasta zona desertica che introduce alla prima e più elevata delle lagune immediatamente all'esterno della riserva Avaroa: la Laguna Morejòn, ad oltre 4800 metri di altitudine. Quando ci avviciniamo, nessuno degli uccelli che solitamente la popola è in vista. Il freddo eccezionale che ci ha accompagnato nei giorni precedenti, e ci seguirà per tutto il tempo che attraverseremo il Lipez e la regione di Uyuni, li ha costretti a spostarsi in aree più protette dal vento gelido del sud.
L'attraversamento della Riserva Avaroa ci impegna per almeno due giorni, permettendoci di apprezzare la grande varietà del suo territorio: il deserto di Dalì, il cui paesaggio ricorda quelli dei dipinti del pittore surrealista; la Laguna Blanca e Laguna Verde, dai colori bianco intenso e smeraldo per i minerali disciolti nelle acque, all'estremo sud della riserva, in prossimità del Vulcano Licanbur, al confine col Cile; la pittoresca Laguna Colorada, tutta circondata da cerros color rosso argilla; l'immenso deserto di Siloli; e l'ultima serie di lagune che colmano ampie depressioni tra le montagne nella regione nord-occidentale della riserva (Laguna Honda, Laguna Charcota, Laguna Hedionda, Laguna Cañapa). Non sono molte le specie faunistiche che in questo periodo di freddo intenso sono rimasti nella riserva, e i fenicotteri, segnalati fino a pochi giorni prima dai guardacaccia, sono scomparsi. Solo alcune anatre sono rimaste in prossimità dei corsi d'acqua, mentre le praterie rimangono il territorio prediletto dagli innumerevoli branchi guanacos.

Lasciata la riserva dal suo confine nord occidentale, si giunge a Chiguana. Il villaggio, segnato da una stazione ferroviaria, ora inutilizzata, è totalmente abbandonato, ma la linea è ancora utilizzata dai convogli merci per il trasporto di minerali dalla Bolivia alle zone di raffinazione in Cile.

Se gli abitanti del villaggio hanno completamente abbandonato le loro case, rimane ancora in piena efficienza un avamposto militare, considerato di importanza strategica dall'esercito Boliviano. E' qui che chiediamo ospitalità, per ripararci dal freddo, riposare e utilizzare il refettorio. Assai sorprendentemente l'accoglienza dei militari è molto calda. Non mi sarei mai aspettato che senza troppe formalità, un piccolo gruppo di stranieri sarebbe stato il benvenuto, e lasciato libero di girovagare tra le baracche e il refettorio... eppure questo avviene. L'unica cautela che uso è di limitare il numero degli scatti fotografici. I soldati ci fanno buona accoglienza. Si tratta di un piccolo gruppo di giovanissimi militari di leva sotto il comando di un sergente. Così, mentre Santos prepara il pranzo nel refettorio, i soldati vengono a fare la nostra conoscenza, e ci intrattengono con domande sui nostri paesi d'origine e ci raccontano del loro servizio di leva, la loro solitudine e la nostalgia di casa e famiglia. Ci parlano del loro isolamento e dei disagi che stanno affrontando, in un'area così isolata e periferica, quanto importante per la politica strategica del paese. Questa Fortezza Bastiani, infatti, è concepita per difendere i confini del paese da un'eventuale aggressione cilena, che, un tempo nemico della Bolivia, aveva sottratto al paese il suo unico sbocco sull'Oceano Pacifico. Malgrado i boliviani non abbiano dimenticano la perdita del loro unico sbocco marino, e i cileni siano considerati un popolo aggressivo da cui guardarsi, il Cile rimane un paese con cui la Bolivia ha intessuto stretti rapporti economici e commerciali, soprattutto nell'ambito dell'industria mineraria e della lavorazione delle materie prime.

La regione a nord di Chiguana è una vasto territorio desertico, di origine marina, con rocce coralline e fossili.


Poco distante si trovano le grotte della Galassia, scoperte da due campesinos di Aguiquiza. E' un piccolo complesso, con una grotta le cui pareti sono ricoperte da suggestivi fossili di alghe, affiancata da una caverna adibita a cimitero. Qui si trovano le sepolture a tholos dei Chullpa, una popolazione andina pre-incaica, che aveva realizzato questa necropoli nel periodo tra il XII e il XIV secolo.





Tuttavia, la vera grande attrazione a Nord del Lipez è il Salar de Uyuni. Una distesa di sale che si sviluppa per oltre duecento chilometri in ampiezza e duecentocinquanta in profondità. Il paesaggio è singolare. Un immenso deserto bianco, di sale, che si dispone su diversi strati, ognuno dei quali può raggiunge una profondità di circa sei o sette metri.

La distesa del Salar è interrotta solamente da ampie formazioni fossili di origine marina, che si ergono come piccole isole. Sono gli unici spazi, in questo deserto di sale, sul quale crescono piante grasse, la sola vegetazione che attecchisce e resiste in quest'ambiente. Incahuasi è una di queste, e costituisce una riserva naturale con un centro informativo ricco di documentazione sulla natura locale.
Tuttavia, tra le tante curiosità e notizie sul luogo, non appare alcuna menzione degli interessi minerari sul Salar. Da tempo, infatti, si è scoperto che sotto la distesa di sale si racchiude una delle più vaste riserve di litio, uno dei materiali indispensabili per l'elettronica di consumo. Lo sfruttamento di queste risorse è già stato concesso dal governo ad alcune società minerarie, e le popolazioni locali vedono in quest'industria un'opportunità unica ed imperdibile per sviluppare occupazione in una regione di estrema povertà. Ovviamente l'impatto ambientale sarà devastante sul Salar, anche con tutte le precauzioni e le promesse delle imprese coinvolte. Di fronte ad una secca alternativa tra estrema povertà e distruzione dell'ambiente naturale, è difficile trovare una risposta. Immaginare ipotetiche soluzioni di sviluppo sostenibile sembra molto facile quando si vive confortevolmente nel benessere occidentale, mentre ci si serve di telefonini e computer alimentati da batterie al litio. Diventa un po' più difficile, quando per qualche giorno, un po' per gioco, un po' per avventura, si è provato a vivere nelle casette di mattoni di fango prive di riscaldamento, come tanti vivono nel Lipez, mentre fuori il termometro scendeva sottozero. Allora, bisogna soltanto chiedersi se davvero lasciamo un'alternativa al governo boliviano e alla sua gente. Se siamo disposti a rinunciare ai nostri cellulari, e pronti a sostenere con i fatti un'industria ecologicamente compatibile in questa regione che dia pane, lavoro e dignità.

PS. Il vento gelido ci insegue fino ad Uyuni. Ogni cosa è ricoperta da una spessa patina di polvere. Al nostro arrivo, la città è deserta. Per le strade, agli incroci, si elevano mulinelli di sabbia e detriti d'ogni genere. Con Santos vaghiamo per la città alla ricerca di un luogo dove passare la notte e di gasolio per il fuoristrada. Le linee elettriche sono state distrutte ed i telefoni sembrano non funzionare. Finalmente, troviamo un albergo per la notte. Il padrone cerca disperatamente di spazzare via polvere e sabbia che si sono accumulati dalla notte precedente. Eppure questi sembrano solo piccoli disagi. Poter dormire in un comodo (anche se polveroso) letto sembra una conquista da re. Santos ci lascerà nella notte per tornare ad assistere la sua famiglia, isolata nei campi vicino Tupiza.

Sunday, August 22, 2010

Tupiza, un cinefilo pasoliniano, e il primo contatto con la Bolivia profonda



Tupiza è una cittadina andina nella Bolivia meridionale, che in questi ultimi anni ha visto un considerevole sviluppo turistico. L'attrattiva del luogo è il suo paesaggio ed il clima mite. I dintorni sono particolarmente belli da percorrere a piedi, in facili trekking attraverso le vallate subito al di fuori del centro urbano, oppure a cavallo. Per visitare i dintorni a piedi non è necessario provvedersi di guide, ed è possibile un ragionevole fai-da-te, anche se gli operatori locali a volte fanno pressione per affibbiare al turista impreparato tours nei vicini canions e facciano di tutto per non fornire le necessarie indicazioni per gli spostamenti. Basta allora declinare decisamente, e poi spostarsi per i fatti propri. E poiché non c'è speranza di ottenere mappe del territorio locale, il metodo più semplice è seguire il corso delle belle vallate circostanti, subito fuori il paese, e domandare ai contadini del posto, preparandosi però ad incontrarne molti che parlano pochissimo castigliano, ed a volte solo quechua. Basta però armarsi di un po' di pazienza e cercare di decifrare tutte le informazioni possibili, perché i locali hanno tantissima pazienza con i viaggiatori stranieri e sono davvero di grande aiuto.
Tupiza è anche il luogo degli incontri più improbabili. Quando, nella piazza centrale, chiedo al giornalaio di consigliarmi un quotidiano locale per mettermi al corrente sulle notizie del luogo, mi trovo davanti non un semplice edicolante, ma un appassionato cinefilo che conosce tutta l'opera pasoliniana. Non solo, ma anche una persona assai colta, con la quale discutere di letteratura sud americana e di Mario Vargas Llosa. In un paese come la Bolivia, dove l'indice di analfabetismo è ancora assai alto, dove molti bambini faticano ad andare a scuola, soprattutto nelle aree rurali, dovendo per necessità aiutare le famiglie nei campi, incontrare una persona di così tanti e vari interessi culturali è davvero una rarità. Bisogna inoltre considerare che, nel paese, le librerie (dove si vendono libri) e le biblioteche sono una vera rarità. I vari negozi che si fregiano del titolo di “libreria” sono in realtà dei piccoli bazar che vendono materiale da cartoleria e pochissimi libri, solitamente manuali scolastici, e quasi mai opere di letteratura o di carattere umanistico.




Col mio edicolante, però, apprendo molto degli sforzi del governo per limitare l'analfabetismo ed invogliare le famiglie a mandare i bambini a scuola. Per esempio, adesso viene fornito un incentivo di due o trecento boliviani per quei bambini che vengono promossi annualmente. Non è una grande cifra per il mondo sviluppato, la somma ammonta a circa 30-40 dollari all'anno. Tuttavia considerando che in certe aree rurali le famiglie vivono prive di un vero e proprio reddito monetario e si procurano il necessario con piccoli baratti basati sulla propria produzione agricola, una somma di due o trecento boliviani costituisce un considerevole incentivo a mandare i bambini a scuola.
"Certo, mi dice Wilson Flores, il mio nuovo amico libraio-edicolante, sarebbe meglio che questi sforzi il governo li concentrasse sulle famiglie più povere, invece di darli indiscriminatamente a tutti, per non scontentare nessuno. Però è sempre meglio che niente".





Tupiza è anche un luogo dalle tante contraddizioni. Se appena fuori del piccolo centro è spesso difficile incontrare campesinos che parlino il castigliano, all'interno della cittadina, il considerevole afflusso di turisti ha fatto lievitare il numero degli alberghi, delle agenzie di viaggio e, orribile a vedersi, delle pizzerie che offrono autentica “comida italiana”. Una di queste ha avuto anche il cattivo gusto di chiamarsi “Tu-pizza”, in un gioco di parole, che combina il nome della città con l'espressione “la tua pizza”. Questi locali sono accuratamente da evitarsi. Non solo perché sono i più cari ristoratori della città, anche se i prezzi boliviani sono sempre e comunque contenuti per un europeo, ma perché non hanno nulla a che spartire con la cultura e il modo di vivere locali, e soprattutto con la cucina boliviana.
In un paese dalle non molte risorse, come la Bolivia, uno potrebbe attendersi una cucina assai povera. Eppure non è così. Per questo è sufficiente recarsi al mercato. La varietà di frutta e verdura è considerevole. Perché in tutti i mercati si trova sempre il meglio della locale frutta tropicale. Dalle succosissime papaye, ai locali ananas (rigorosamente non Del Monte e gustosissimi) alle esotiche chirimoyas, tanto brutte a vedersi quanto dolci nella polpa bianca. E per chi non ha voglia di cucinare, c'è sempre il comedor popular, rigorosamente al piano superiore del mercato, dove far colazione con api e pastel de queso fritto all'istante, o mangiare un menù tipico fatto di minestra e un piatto di carne o pollo servito con riso e verdura per il costo “incredibile” di 8 o 10 bolivianos (meno di un euro e mezzo). Il tutto cotto in pentoloni a vista e servito all'istante in pittoreschi piatti, talvolta di dubbia pulizia. Ma ne vale la pena. E posso confermare, che con questa dieta non ho mai sofferto di stomaco in settimane di viaggio.




La forte presenza turistica, ha reso le locali agenzie di viaggio aggressive. Attaccano il turista alla polpa e non lo mollano finché non l'hanno inghiottito e digerito. Per questo è assai importante, a volte, essere duri e coriacei e strappare il meglio del servizio. A volte, inoltre, è meglio spendere un po' di più, ma assicurarsi che tutto quello che si richiede venga fornito adeguatamente. Per esempio, quando si decide di fare un tour con una guida e un fuoristrada, bisogna assolutamente accertarsi che la guida conosca veramente ed accuratamente i posti, e che l'auto sia in ottime condizioni. L'importanza della buona guida locale è fondamentale, in quanto le strade boliviane, quasi tutte semplici piste in terra battuta, sono totalmente prive di segnali, e perdersi è assai facile se non si conoscono a menadito i luoghi. Inoltre, quando ci si perde in queste regioni, a volte per chilometri non si trova nessuno cui domandare indicazioni, e girare a vuoto può essere pericoloso, perché una volta finito il carburante, non è facile trovare dove rifornirsi. Le condizioni dell'auto sono poi necessarie a garantire un minimo di sicurezza, su strade che sono semplici piste in terra battuta. I freni e le sospensioni devono essere in perfetto ordine, altrimenti sono guai, e allora gli incidenti, anche seri, diventano assai probabili.
Così, quando preparo il mio viaggio attraverso la Provincia di Lipez, la riserva Avaroa e il Salar di Uyuni, e anche se resterò insoddisfatto del servizio dell'agenzia (la cui unica preoccupazione era di intascare il dovuto), non potrò che mostrare enorme riconoscenza per Santos, la mia guida-autista-cuoco. Santos, in condizioni difficilissime ha saputo non solo portarmi con la sua jeep su terreni resi quasi impossibili dall'improvvisa ondata di gelo che ha colpito la regione subito dopo la nostra partenza, ma rendere questo viaggio sottozero (-18 gradi centigradi di notte) piacevole, facendomi provare le semplici ma deliziose specialità della cucina boliviana. Tutte preparate nelle più precarie condizioni. Ma di questo dirò nel prossimo post.






La frontiera nord-occidentale argentina: La Quiaca-Villazon (11-12.7.2010)













Arrivare la sera a La Quiaca è quasi uno shock. Dopo un viaggio in bus attraverso le propaggini delle Ande argentine, che pur non facendo segreto della loro povertà, mostrano il loro forte carattere legato all'identità indigena andina, si giunge nella città apparentemente più anonima della regione, al confine con la Bolivia. Questo centro urbano, apparentemente insignificante, è in realtà una città dalle complesse sfaccettature e contraddizioni, che appariranno più chiaramente alla luce del sole, il giorno successivo. Per adesso è sufficiente spiegare che questa città è fisicamente divisa da un fiume in due centri urbani: il lato meridionale, La Quiaca, è territorio argentino; il fiume è una specie di terra di nessuno attraversato da un ponte, in prossimità del quale si dispongono gli uffici di frontiera e doganali argentini e boliviani nei rispettivi settori; a nord, l'area urbana, in territorio boliviano, che cambia nome in Villazon.
Sapendo che il giorno successivo mi attende un lungo viaggio, scelgo l'albergo più scic di La Quiaca, per riposare e godere di qualche confort extra: l'Hotel Turismo (camera singola a ben 90 pesos a notte, con riscaldamento a volontà ed un bagno privato decente – un vero lusso dopo settimane di ostelli con dormitori comuni).
Quando arrivo, impolverato e sudato, la portiera dell'albergo subito mi mette al corrente dell'attrattiva della città. Non è la sua architettura, né i suoi monumenti o cultura aborigena, ma la sua frontiera. Qui vengono tutti gli argentini che vogliono fare compre, specialmente di elettronica. Passato il confine, in Bolivia, a Villazon, i prezzi di televisori, computer, radio e qualsiasi altro apparato che funzioni collegando una spina ad una presa di corrente, sono considerevolmente più bassi. Così, chi ha bisogno di fare acquisti si reca a La Quiaca in automobile (l'albergo offre per questa ragione un grande parcheggio custodito, che lo rende ancora più appetibile ai danarosi argentini), passa il confine, si dedica ad una sessione di shopping intensivo, ripassa la frontiera, si ferma la notte in albergo, ed il giorno successivo solitamente rientra alla base ben carico. Il tutto senza pagare alcuna tassa d'importazione.
La sera, quando esco in cerca di un ristorante, la città è pura desolazione. Le strade, fredde, polverose e buie, sembrano condurre da nessuna parte. Solo il cielo andino, nel gelo notturno, mantiene la sua bellezza, un piacere quasi dimenticato nelle città della ricca Europa illuminate al neon.
L'unico locale aperto, nei pressi della piazza principale, offre una “cucina internazionale” a base di pizza e pasta, e a malincuore mi devo adeguare. Il giorno dopo, al mattino, però , la città cambia improvvisamente. Quella che sembrava una città fantasma, alle prime luci si riempie come un formicaio. La vecchia ferrovia, ormai in disuso, divide La Quiaca in due. Al di sopra il terminale bus, il mio albergo, la piazza principale, le scuole, e qualche esercizio commerciale. Nell'area dell'antica ferrovia tanti vecchi edifici adibiti a rifugi per la notte, stalle con animali (vacche, asini maiali...) ed un mercato contadino a cielo aperto. Oltre, un quartiere assai povero, con il mercato centrale e la Banca dell'Argentina. Qui, i campesinos poveri che percepiscono una specie di pensione sociale fruibile con una locale “social card”, fanno la fila al bancomat. La faccio anch'io per ritirare un po' di contante. E mentre la faccio, diversi di loro mi chiedono di aiutarli a ritirare il loro denaro. Molti non hanno mai usato un bancomat in vita loro, a malapena parlano un castigliano stentato, a volte aiutati da un figlio o una nipote assai giovani, e pochi sanno leggere. Il mio aspetto esotico infonde loro fiducia in me, e suggerisce che io sia pienamente padrone della magica tecnologia dispensatrice di denaro. Così mi affidano le loro carte bancomat, la lettera ufficiale dell'agenzia sociale argentina (che non hanno saputo leggere) ed il codice di accesso. Ne aiuto qualcuno, ma sono un po' imbarazzato dalla loro cieca fiducia e grande ingenuità. Il loro essere così indifesi. Così, mi sento sollevato quando un funzionario di banca finalmente esce fuori, e mi dispensa dalla mia attività di cassiere.
Al mercato, non avevo mai visto esposti in grandi sacchi tante varietà di legumi, patate e mais. Una maestra ha portato qui i bambini per spiegare loro quali e quanti piatti è possibile cucinare con questi ingredienti, poveri nel prezzo, ma assai ricchi nutrizionalmente. Una lezione molto semplice, ma assai efficace, che anch'io, in disparte e di nascosto, seguo con attenzione. Al piano superiore del mercato, come sempre, c'è il comedor popular, la cucina popolare che dispensa piatti pronti a prezzi stracciati da consumare seduti a grandi e vecchi tavoloni dalle incrostazioni secolari, se non geologiche. Ordino una tipica colazione andina. Una bevanda calda e dolce, dal colore rosso (ma altrove, scopro, potrà avere anche striature bianche) mi viene servita in un bicchiere. L'odore è fortemente speziato, con una chiara preponderanza della cannella: è l'api, un drink ipercalorico e squisito, estremamente popolare, a base di mais. Insieme mi viene dato un pastel de queso, pasta di mais con un ripieno di formaggio di vacca, fritto in un pentolone. E' una colazione molto povera nel prezzo, ma molto molto nutritiva... la dimostrazione pratica di quante cose possono farsi con tutti i tipi di semi che si vendono sfusi al piano di sotto.
Mentre mi avvio verso la frontiera, nei pressi della vecchia ferrovia, un gruppo di donne parla tra loro, qualcuna ride, qualcuna legge da dei fogli. Vicina, è un'altra baracca dove spicca l'ormai consueto ritratto del Che.
Lungo la vecchia ferrovia, poco distante dal fiume che divide La Quiaca da Villazon, su un grande spiazzo, sono accumulate derrate alimentari: soprattutto latte in polvere e farina. Uomini e donne, dall'aspetto povero e dimesso di campesinos, le caricano sulle spalle, usando i tipici panni andini, poi si recano più velocemente che possono verso un corridoio recintato. Porteranno le merci oltre il confine. Depositato il loro carico sul lato boliviano, più leggeri, tornano indietro correndo, per procedere ad un nuovo trasporto. Sul lato argentino, ogni loro carico viene annotato minuziosamente dagli spedizionieri. Si tratta di un contrabbando legalizzato, un contrabbando da poveri. La Bolivia ha bisogno di derrate a basso prezzo, per questo chiude un occhio su questo trasbordo di derrate, mentre la polizia di frontiera argentina guarda con indifferenza al misero lavoro di questi uomini e donne.
La frontiera sembra così il filtro di due piccole illegalità. Da una parte, gli argentini della classe media ed alta acquistano in Bolivia, e importano nel loro paese, l'elettronica che si vende a basso prezzo oltreconfine; dall'altra, i più poveri tra i poveri trasportano sulle loro spalle il duty free di quanto scarseggia sulle indigenti tavole boliviane. Ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è la triste espressione di fatica dei portatori.
Quando passo la frontiera argentina, il mio passaporto europeo mi permette di saltare una lunga fila di nordamericani. Perdo solo un po' di tempo alla frontiera boliviana, ma non per le mie formalità. Diversi cittadini boliviani, di dubbia alfabetizzazione, mi chiedono di aiutarli a riempire i loro moduli di rientro sotto lo sguardo divertito ed un po' ironico delle guardie di frontiera.
Quando finalmente posso dedicarmi al mio modulo, un poliziotto boliviano me lo timbra insieme al passaporto e mi da il benvenuto.
Oltre confine, un gran bazar di articoli di ogni genere si distende lungo la strada principale. Là dove i negozi si diradano, murales inneggiano al nuovo corso del presidente Morales, che ha inaugurato il nuovo stato plurinazionale di Bolivia, riconoscendo le tante comunità etniche al suo interno. E' senz'altro un grande progresso per il paese, che cerca di costruire un socialismo dal volto umano, riconoscendo le differenze culturali, e riducendo quelle di censo. La realtà, però, è molto più complessa e difficile nella pratica.
Adesso, sul treno che mi porta a Tupiza, godo del paesaggio un po' selvaggio della Bolivia meridionale. E guardo il lento approssimarsi della notte.

Saturday, July 24, 2010

Purmamarca, Humahuaca e la Madre Terra (10-11.7.2010)











Mentre sono a Tilcara, di notte, passo molte ore a parlare con Martin. Oltre a raccontarci delle nostre esperienze, Martin mi insegna molti elementi della religione locale, come lui li ha appresi da Cacha, una guida locale di origine indigena. Così, in questo post, parlerò poco di Purmamarca, che per me ha avuto un'importanza solo paesaggistica. Le foto saranno sufficienti (vedi post precedente). Voglio, invece, soffermarmi sul culto di Pachamama nella regione andina nel nord dell'Argentina, e dei miei incontri a Humahuaca.
La festa indigena più importante di agosto è dedicata a Pachamama, la madre terra. Non si celebra in un giorno particolare, ma quando si ritiene che sia il tempo dovuto. Allora, in un giorno o notte di agosto, si fa un'offerta alla Madre per i doni che ci ha propiziato durante l'anno. A Tilcara, si scava una piccola fossa nell'orto o nel giardino della casa e si fa un'offerta in rapporto a quanto si ha avuto nel corso dell'anno. Se l'anno è stato propizio, l'offerta deve essere ricca, meno cospicua se si è ricevuto di meno. Ma sempre con rispetto, perché la Madre sarà sicuramente più generosa in futuro. L'offerta può consistere in frutta, foglie di coca, carne, qualunque cosa abbia valore e si ritenga sia giusto offrire a Pachamama per ringraziarla.
Quando lascio Tilcara, giorno 11 luglio, mi preparo ad un lungo percorso. Nel giorno mi fermerò ad Humahuaca, il villaggio più importante che da il nome alla Quebrada. Poi, nel tardo pomeriggio proseguirò fino a La Quiaca, l'ultima città argentina sul confine nord-occidentale con la Bolivia.
Quando arrivo a Humahuaca, su una piazza a poca distanza del terminale di autobus, vi è una statua dedicata a Pachamama. Come una madre, viene rappresentata seduta, con la fisionomia di una donna india dalle forme rotondeggianti, mentre allatta un bambino. Per uno che ha dimestichezza con l'arte cristiana, l'immagine non può che richiamare quella di una Vergine che allatta (Virgo Lactans). La sua immagine, invece, l'associo a quella di una donna india che incontro a Humahuaca.
Voglio, perciò, divagare parlando di questa donna di Humahuaca. Humahuaca è una località turistica di primo piano. Orde di argentini dalle città del nord, ma anche da Buenos Aires vengono qui per vedere il paesaggio, scoprire un tipico e pittoresco villaggio andino, comprare oggetti di artigianato, e fare un piccolo viaggio in un passato arcaico, che non sempre scorgono nella sua presente attualità... solo fisicamente poco più lontano e poco più nascosto. Quando salgo gli scalini che portano al monumento che ricorda la liberazione argentina dal giogo spagnolo, mi accorgo, tra le tante, di una donna indigena con una bambina, che dispone pochi oggetti di artigianato per terra. La prima cosa che mi colpisce è l'intensità dello sguardo della bambina, con gli occhi neri e profondissimi. Così mi avvicino a loro e comincio a guardare gli oggetti in vendita. Decido di comprare un piccolo pupazzo (muñeco) che rappresenta un contadino indio. Dopo che lo pago (davvero pochissimo, solo 4 pesos... se penso al lavoro che c'è dietro...), comincio a domandare alla donna del suo lavoro di artigiana. Comincia così un dialogo fatto di gesti e parole incerte, perché la donna parla pochissimo il castigliano, la sua lingua materna è il quechua. Mi spiega che lei e il marito fanno tutto in casa. Filano la lana, tessono, colorano i tessuti con colori naturali, ma anche artificiali, che comprano quando ne hanno la disponibilità economica. Mi mostrano delle sciarpe tessute a mano, ed io faccio i complimenti per il loro lavoro, ed anche per il bell'abito della figlia e il suo, entrambi tessuti da lei. Lei si inorgoglisce, e mi mostra il lavoro di tessitura sulla gonna della figlia e le applicazioni decorative, Mi dice che anche lei ha una gonna così, solo che adesso indossa dei pantaloni perché fa molto freddo. Apre una borsa e me la mostra. Le chiedo se posso fare una foto a lei e alla bambina. Lei mi sorride, accetta, e si mette in posa. Poi continuiamo a parlare. Le chiedo se vive nel villaggio, e lei mi risponde che sta un poco fuori, perché lei e il marito non potrebbero mai permettersi di vivere nel centro di Humahuaca. Capisco allora che Humahuaca sono due villaggi: uno, quello coreografico e bello dei turisti, con l'antica chiesa coloniale, i ristoranti e la fiera artigianale; l'altro, quello degli indios. Scopro che quest'ultimo si trova oltre un polveroso mercato.
Nel villaggio “di sotto”, le strade sono poco curate. Sull'unico negozio di generi vari, vi è dipinto un grande ritratto del Che. Poco più avanti, in una povera baracca, vi è una biblioteca popolare, con l'avviso di un incontro politico imminente. Le strade sono semideserte, e mi sento un po' a disagio con i miei vestiti da turista e la macchina fotografica in mano. Eppure nessuno mi molesta, o fa cenno di notarmi. E quando chiedo informazioni su di un locale per mangiare in questa parte di Humahuaca, tutti mi rispondono con gesti di cortesia e grandi sorrisi. Arrivo ad un grande mercato coperto. Dentro è quasi buio. Non tutte le bancarelle sono aperte, ed in quelle aperte non si vendono oggetti di artigianato, ma vestiti e calzature comuni. Molti oggetti sono imitazioni di griffe sportive americane, vendute a basso costo. Qui si vestono le persone più povere. Mentre curioso, mi accorgo che una donna, apparentemente anziana, sta tessendo ad un piccolo telaio. Con abilità inserisce il filo di lana, attaccato ad un grosso ago nella trama, e poi con un pettine infittisce il tessuto. Le chiedo se posso restare un po' a vederla lavorare, perché ammiro la sua abilità. Lei si mette a ridere e mi spiega che sta facendo la manica di un maglione. Mi mostra quello che lei porta, per farmi vedere come verrà ultimato, poi continuiamo a parlare d'altro. Mi chiede cosa mi ha colpito dell'Argentina, ed io le parlo dei paesaggi andini e della Quebrada. Anche lei si inorgoglisce, come l'artigiana indigena incontrata prima. Poi le dico che ho sentito parlare del ringraziamento a Pachamama, e le chiedo se lei sa qualcosa del rito. Così, mi parla della religione andina, in cui i riti precolombiani si mescolano con quelli cristiani. Il ringraziamento a Pachamama non è che uno dei culti degli andini. Mi parla della festa di Inti, il sole, a giugno. Somiglia molto a quella romana. Si celebra in quello che nell'emisfero meridionale è il solstizio d'inverno, ed è una festa per la nascita del sole. Mi parla della festa del maggio, sempre dedicata a Pachamama, e di quella dei morti che si fa a novembre. In questa occasione, si adornano le tombe con ghirlande di fiori di carta colorati. Io, li ho visti in tanti cimiteri di villaggi andini insieme alle croci. Poi mi dice che ha un figlio di ventiquattro anni. Lui, adesso, si trova a Cuba, con una borsa di studio per diventare medico. Gli manca un anno per laurearsi. Gli occhi le brillano. Lui verrà per le vacanze, ma resterà poco. La medicina è la sua passione e non vuole distrarsi troppo dal suo impegno di studio. Cuba, la sua scuola di medicina e gli indigeni delle Ande... il sottile ma forte legame tra il Che e Pachamama finalmente sembra chiarirsi.

Purmamarca (10.7.2010)













Ecco alcune foto degli spettacolari cerros che circondano Purmamarca. Sono particolari i colori, ce ricordano la palette di un pittore, ma anche le forme curiose, che fanno pensare a giganti di pietra, faccioni, o corpi, come quelli scolpiti da un michelangelo ispirato dal torso di Belvedere.