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Sunday, August 22, 2010

La frontiera nord-occidentale argentina: La Quiaca-Villazon (11-12.7.2010)













Arrivare la sera a La Quiaca è quasi uno shock. Dopo un viaggio in bus attraverso le propaggini delle Ande argentine, che pur non facendo segreto della loro povertà, mostrano il loro forte carattere legato all'identità indigena andina, si giunge nella città apparentemente più anonima della regione, al confine con la Bolivia. Questo centro urbano, apparentemente insignificante, è in realtà una città dalle complesse sfaccettature e contraddizioni, che appariranno più chiaramente alla luce del sole, il giorno successivo. Per adesso è sufficiente spiegare che questa città è fisicamente divisa da un fiume in due centri urbani: il lato meridionale, La Quiaca, è territorio argentino; il fiume è una specie di terra di nessuno attraversato da un ponte, in prossimità del quale si dispongono gli uffici di frontiera e doganali argentini e boliviani nei rispettivi settori; a nord, l'area urbana, in territorio boliviano, che cambia nome in Villazon.
Sapendo che il giorno successivo mi attende un lungo viaggio, scelgo l'albergo più scic di La Quiaca, per riposare e godere di qualche confort extra: l'Hotel Turismo (camera singola a ben 90 pesos a notte, con riscaldamento a volontà ed un bagno privato decente – un vero lusso dopo settimane di ostelli con dormitori comuni).
Quando arrivo, impolverato e sudato, la portiera dell'albergo subito mi mette al corrente dell'attrattiva della città. Non è la sua architettura, né i suoi monumenti o cultura aborigena, ma la sua frontiera. Qui vengono tutti gli argentini che vogliono fare compre, specialmente di elettronica. Passato il confine, in Bolivia, a Villazon, i prezzi di televisori, computer, radio e qualsiasi altro apparato che funzioni collegando una spina ad una presa di corrente, sono considerevolmente più bassi. Così, chi ha bisogno di fare acquisti si reca a La Quiaca in automobile (l'albergo offre per questa ragione un grande parcheggio custodito, che lo rende ancora più appetibile ai danarosi argentini), passa il confine, si dedica ad una sessione di shopping intensivo, ripassa la frontiera, si ferma la notte in albergo, ed il giorno successivo solitamente rientra alla base ben carico. Il tutto senza pagare alcuna tassa d'importazione.
La sera, quando esco in cerca di un ristorante, la città è pura desolazione. Le strade, fredde, polverose e buie, sembrano condurre da nessuna parte. Solo il cielo andino, nel gelo notturno, mantiene la sua bellezza, un piacere quasi dimenticato nelle città della ricca Europa illuminate al neon.
L'unico locale aperto, nei pressi della piazza principale, offre una “cucina internazionale” a base di pizza e pasta, e a malincuore mi devo adeguare. Il giorno dopo, al mattino, però , la città cambia improvvisamente. Quella che sembrava una città fantasma, alle prime luci si riempie come un formicaio. La vecchia ferrovia, ormai in disuso, divide La Quiaca in due. Al di sopra il terminale bus, il mio albergo, la piazza principale, le scuole, e qualche esercizio commerciale. Nell'area dell'antica ferrovia tanti vecchi edifici adibiti a rifugi per la notte, stalle con animali (vacche, asini maiali...) ed un mercato contadino a cielo aperto. Oltre, un quartiere assai povero, con il mercato centrale e la Banca dell'Argentina. Qui, i campesinos poveri che percepiscono una specie di pensione sociale fruibile con una locale “social card”, fanno la fila al bancomat. La faccio anch'io per ritirare un po' di contante. E mentre la faccio, diversi di loro mi chiedono di aiutarli a ritirare il loro denaro. Molti non hanno mai usato un bancomat in vita loro, a malapena parlano un castigliano stentato, a volte aiutati da un figlio o una nipote assai giovani, e pochi sanno leggere. Il mio aspetto esotico infonde loro fiducia in me, e suggerisce che io sia pienamente padrone della magica tecnologia dispensatrice di denaro. Così mi affidano le loro carte bancomat, la lettera ufficiale dell'agenzia sociale argentina (che non hanno saputo leggere) ed il codice di accesso. Ne aiuto qualcuno, ma sono un po' imbarazzato dalla loro cieca fiducia e grande ingenuità. Il loro essere così indifesi. Così, mi sento sollevato quando un funzionario di banca finalmente esce fuori, e mi dispensa dalla mia attività di cassiere.
Al mercato, non avevo mai visto esposti in grandi sacchi tante varietà di legumi, patate e mais. Una maestra ha portato qui i bambini per spiegare loro quali e quanti piatti è possibile cucinare con questi ingredienti, poveri nel prezzo, ma assai ricchi nutrizionalmente. Una lezione molto semplice, ma assai efficace, che anch'io, in disparte e di nascosto, seguo con attenzione. Al piano superiore del mercato, come sempre, c'è il comedor popular, la cucina popolare che dispensa piatti pronti a prezzi stracciati da consumare seduti a grandi e vecchi tavoloni dalle incrostazioni secolari, se non geologiche. Ordino una tipica colazione andina. Una bevanda calda e dolce, dal colore rosso (ma altrove, scopro, potrà avere anche striature bianche) mi viene servita in un bicchiere. L'odore è fortemente speziato, con una chiara preponderanza della cannella: è l'api, un drink ipercalorico e squisito, estremamente popolare, a base di mais. Insieme mi viene dato un pastel de queso, pasta di mais con un ripieno di formaggio di vacca, fritto in un pentolone. E' una colazione molto povera nel prezzo, ma molto molto nutritiva... la dimostrazione pratica di quante cose possono farsi con tutti i tipi di semi che si vendono sfusi al piano di sotto.
Mentre mi avvio verso la frontiera, nei pressi della vecchia ferrovia, un gruppo di donne parla tra loro, qualcuna ride, qualcuna legge da dei fogli. Vicina, è un'altra baracca dove spicca l'ormai consueto ritratto del Che.
Lungo la vecchia ferrovia, poco distante dal fiume che divide La Quiaca da Villazon, su un grande spiazzo, sono accumulate derrate alimentari: soprattutto latte in polvere e farina. Uomini e donne, dall'aspetto povero e dimesso di campesinos, le caricano sulle spalle, usando i tipici panni andini, poi si recano più velocemente che possono verso un corridoio recintato. Porteranno le merci oltre il confine. Depositato il loro carico sul lato boliviano, più leggeri, tornano indietro correndo, per procedere ad un nuovo trasporto. Sul lato argentino, ogni loro carico viene annotato minuziosamente dagli spedizionieri. Si tratta di un contrabbando legalizzato, un contrabbando da poveri. La Bolivia ha bisogno di derrate a basso prezzo, per questo chiude un occhio su questo trasbordo di derrate, mentre la polizia di frontiera argentina guarda con indifferenza al misero lavoro di questi uomini e donne.
La frontiera sembra così il filtro di due piccole illegalità. Da una parte, gli argentini della classe media ed alta acquistano in Bolivia, e importano nel loro paese, l'elettronica che si vende a basso prezzo oltreconfine; dall'altra, i più poveri tra i poveri trasportano sulle loro spalle il duty free di quanto scarseggia sulle indigenti tavole boliviane. Ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è la triste espressione di fatica dei portatori.
Quando passo la frontiera argentina, il mio passaporto europeo mi permette di saltare una lunga fila di nordamericani. Perdo solo un po' di tempo alla frontiera boliviana, ma non per le mie formalità. Diversi cittadini boliviani, di dubbia alfabetizzazione, mi chiedono di aiutarli a riempire i loro moduli di rientro sotto lo sguardo divertito ed un po' ironico delle guardie di frontiera.
Quando finalmente posso dedicarmi al mio modulo, un poliziotto boliviano me lo timbra insieme al passaporto e mi da il benvenuto.
Oltre confine, un gran bazar di articoli di ogni genere si distende lungo la strada principale. Là dove i negozi si diradano, murales inneggiano al nuovo corso del presidente Morales, che ha inaugurato il nuovo stato plurinazionale di Bolivia, riconoscendo le tante comunità etniche al suo interno. E' senz'altro un grande progresso per il paese, che cerca di costruire un socialismo dal volto umano, riconoscendo le differenze culturali, e riducendo quelle di censo. La realtà, però, è molto più complessa e difficile nella pratica.
Adesso, sul treno che mi porta a Tupiza, godo del paesaggio un po' selvaggio della Bolivia meridionale. E guardo il lento approssimarsi della notte.

Tuesday, July 6, 2010

Patagonia selvaggia – Patagonia industriale = Wild Patagonia – Industrialized Patagonia




Chi immagina la Patagonia come terra selvaggia e desolata può rimanere soddisfatto visitando i territori che si stendono intorno al Rio Negro o la Peninsula Valdez. Scendendo, però, più a sud, la città di Puerto Madryn presenta una sorpresa. Il piccolo centro che trent'anni fa contava circa ventimila abitanti, è ora una città che è cresciuta più di quattro volte. Il viaggiatore attratto dalle bellezze naturali e dalle opportunità di visitare la vicina riserva naturale di Peninsula Valdez, si trova di fronte un centro industriale di primaria importanza, con una floridissima economia. L'attività principale è quella della produzione dell'alluminio in uno dei complessi industriali più importanti del paese (Aluar), ma non è l'unica del luogo. A questa si affiancano le attività portuali, che hanno subito uno sviluppo accellerato proprio in conseguenza dell'industria metallurgica. Seguono in ordine di importanza la pesca, l'edilizia, i servizi. Il turismo, malgrado il suo forte impatto sul territorio, con i grandi alberghi che hanno cambiato la fisionomia della linea costiera, ha una rilevanza minore nello sviluppo economico dell'area. L'impatto delle altre attività industriali, tuttavia, e assai più forte, anche se meno apparente a chi non visita la zona settentrionale della città e la sua area periferica. Dai fumi dell'industria metallurgica, agli ampi spazi adibiti a cave per l'estrazione di materiale per l'edilizia.
L'area a sud della città, invece comprende una vasta area ancora naturalisticamente intatta. La costa circondata da alte falesie mostra uno degli spettacoli più accattivanti. E' in quest'area, insieme a quella della costa della Peninsula Valdez, poco più a nord, che da giugno a settembre vengono a svernare e a dare alla luce le balene della specie franco australe (Eubalaena Australis), mentre la riserva di Punta Loma e Punta Ninfa ospitano colonie di lupi marini ed elefanti marini. Sulla terraferma, gli ampi spazi a brughiera, sono il regno dei guanacos, animali simili ai lama, ma di dimensioni minori, volpi, e pecore.

Puerto Piramides, unico centro abitato della riserva naturale della Peninsula Valdez, circa cento chilometri a nord di Puerto Madryn, offre uno scenario completamente differente. Il piccolo centro non conta più di mille abitanti, ed è interamente dedito alle attività di turismo naturalistico e pesca. Dal piccolo golfo, su cui si apre il villaggio, che conta solo tre strade in terra battuta, partono le barche che portano i turisti per l'avvistamento delle balene. Gli avvistamenti sono spettacolari. Le barche si avvicinano solo in prossimità degli animali, spegnendo i motori e restando in attesa (e nella speranza) che gli animali si avvicinino spontaneamente. Questo non accade sempre, però con una certa frequenza, al punto che difficilmente i turisti rimangono delusi. L'avvistamento, infatti, sfrutta la naturale curiosità di questi animali, attratti dalla presenza delle barche e dell'uomo. Il loro comportamento naturale straccia tutti i miti della letteratura, dal biblico mostro di Giona, a Moby Dick e Pinocchio. Le balene, e soprattutto quella franca australe, sono assolutamente innocue, non attaccano né l'uomo né altri animali, nutrendosi esclusivamente di plancton (krill). In realtà, se non fossero protette dalle leggi internazionali, questi enormi animali marini sarebbero una preda totalmente indifesa dell'industria baleniera. Qui sono tutti consapevoli della ricchezza che costituisce il territorio e la sua conservazione, e sono riusciti a sviluppare un'economia che integra protezione ambientale ed industria turistica. Dagli albergatori, alle guide, ai proprietari delle barche da pesca e da avvistamento, tutti sono sostenitori delle più restrittive leggi internazionali sulla protezione della fauna marina, e consapevoli che l'ambiente è ricchezza.

Saturday, July 3, 2010

Modelli di giornalismo televisivo

Se il presunto modello di Gianni Riotta era il giornalismo americano (oh, yes... I can), restava da chiarire quale potesse essere quello di Minzolini. Quale scuola potrebbe avere ispirato il direttore del TG1 a parlare del difficile parto di una pinguina dello zoo di San Pietroburgo invece dello sciopero dei metalmeccanici? Di affrontare la questione se la besciamella è o meno parte della sostanza ontologica della pasta al forno, invece della libertà di informazione dei giornalisti o l'autonomia della magistratura nelle indagini su corruzione politica e reati di mafia? Ebbene la risposta illuminante è venuta lunedì mentre ero in attesa di imbarcarmi sul pullman che da Buenos Aires mi avrebbe portato in Patagonia. La televisione del bar del terminal di autobus, al termine della partita Brasile Cile, era sintonizzato sul notiziario di canale nove. La prima parte del telegiornale era, ovviamente, interamente dedicata alla partita appena finita, con lunghi commenti di esperti di calcio e innovatori della linguistica castigliana... Biscardi d'oltre oceano (com'è possibile che tanti giornalisti sportivi televisivi sviluppano un irrefrenabile odio nei confronti della sintassi?). Seguono le notizie di cronaca. Quella di maggiore rilevanza era il caso della pallottola vagante che aveva colpito un bambino mentre giocava a calcio. Il telegiornale affrontava la notizia da un punto di vista sociologico, intervistando un certo numero di passanti. “Cosa farebbe agli assassini?”, chiedeva l'intervistatore. Le risposte naturalmente coprivano l'ampio spettro dalla sodomizzazione di gruppo all'evisceramento. Quindi la corrispondenza dall'estero, con le notizie dall'Italia: la fontana di Trevi tinta di rosso, proprio quella in cui Anita Ekberg e Marcello Mastroianni si incontrano una notte nella Dolce Vita di Fellini. Ampia copertura dei temi ecologici, con il salvataggio di un cormorano dalla marea nera nel golfo del Messico (le responsabilità dell'industria petrolifera nel disastro ecologico erano dubbie... il greggio era probabilmente piovuto da una nube inquinante oppure era stato sversato da una balena di passaggio...). Infine la notizia “rosa”: Alejandro Bertotti, gloria del basket argentino, accusato per la prematura morte della moglie incinta, era stato interrogato dal magistrato. Le riprese mostravano la sua uscita dal tribunale, dove una folla non proprio ben disposta, si dichiarava disponibile al linciaggio, o alla pratica della lapidazione sul luogo. Ecco, si potrebbe dire che il modello giornalistico di Minzolini potrebbe essere quello della scuola di... Videla.

Tuesday, June 29, 2010

L'Argentina attraverso le strade di BA = Argentina through the Street of BA



Neanche un lungo viaggio di tredici ore riesce a smorzare l'eccitazione di esplorare Buenos Aires. Quando, nel pomeriggio, esco dal mio ostello a pochi passi dall'obelisco, la sensazione è quella di un centro dinamico ma caotico. La trama delle tante strade anguste, che si alternano alle larghe avenidas del microcentro, trabocca di folla. La sensazione visiva è quella di una metropoli orientale filmata da Wong Kar Wai. Agli angoli delle strade e ai lati degli ingressi delle gallerie commerciali e delle vetrine dei negozi, è tutto un brulicare di ambulanti che vendono merci di ogni tipo, dai frutti secchi, ai calzini, a piccoli oggetti decorativi in plastica e vetro, tra la folla dei passanti che si affretta con indifferenza. Solo l'apertura verso le grandi avenidas compensa il senso di oppressione di questo formicaio metropolitano. Florida è una strada pedonale trasformata in un grande mercato. Ai lati i negozi per lo shopping della middle class ed i grandi magazzini. Lungo la parte centrale del passaggio pedonale, invece, si dispongono gli ambulanti, che espongono la loro merce su teloni per terra, lasciando ai passanti solo gli angusti spazi laterali. Si vendono gadget per il mondiale, dai più improbabili cappelli, alle bandiere, trombe, coppe del mondo ed esotiche vuvuzelas africane tutte rigorosamente di pura plastica made in Pechino, nei tradizionali colori nazionali bianco ed azzurro. Ci sono bancarelle di sciarpe, maglioni di lana, foulard di ogni tipo, fiori, oggetti per la casa...

Un gruppo di ragazze si esibisce in una danza del subcontinente indiano nei tradizionali costumi, contribuendo alla speciale atmosfera di questo gran bazar. Più avanti, un uomo di mezza età espone libri su un telone, ed illustra ad un giovane un volume di economia politica. Sta vendendo ciò che rimane della sua biblioteca, e mostra nella forma più diretta le difficoltà di sopravvivenza del ceto intellettuale.

Nel formicaio umano, si colgono le ombre di una crisi senza termine, in cui quella attuale si è saldata a quella del 2001, quando il paese dichiarò bancarotta, non essendo in grado di ripagare il debito pubblico. Proprio di queste ultimi giorni è la notizia che la presidente Kirchner è riuscita a rinegoziare una parte del debito del paese, quello costruito sia sui prestiti del FMI che sui famosi tango bonds, che hanno colpito duramente tanti piccoli risparmiatori italiani. Una tragedia di impoverimento che sembra aver anticipato quella della Grecia.

Spostandomi sulla stretta calle Mapui, la ripercorro fino ad uno slargo su cui si apre la sede della Critica de la Argentina. Da quando il giornale è a rischio di chiusura, ha cambiato il nome in Critica de los trabajadores. Adesso è un giornale autogestito dalla redazione, privo di ogni mezzo economico e tecnico (la redazione non può neanche contare su una connessione internet). I giornalisti e gli impiegati, più di centonovanta, rischiano di perdere il lavoro e ormai da mesi non ricevono lo stipendio. Gli ultimi numeri del giornale, ormai senza una regolare periodicità, e venduti dagli impiegati e da volontari, sono stati pubblicati per la giornata del giornalista, con il sostegno dei sindacati e di personaggi della cultura argentina. Nelle loro pagine si parla della resistenza della redazione, che si oppone alla chiusura del giornale. Hemos hecho todo lo humanamente posible para explicar porquè la desapariciòn de un de un diario es una mala noticias para todos. (Abbiamo fatto tutto ciò che è umanamente possibile per spiegare che la chiusura di un giornale è una brutta notizia per tutti), dice l'articolo di apertura del collettivo redazionale. E' il rischio che le notizie che ci riguardano in prima persona, sull'economia, la politica e il lavoro, rese già poco visibili dalla febbre dei mondiali, non si possano più leggere, denunzia in altro editoriale Nicolàs Fiorentino. E' un ammonimento rivolto agli argentini, ma potrebbe valere anche per l'Italia. E curiosamente i paralleli con l'Italia non si fermano alla questione della libertà di stampa. Tra le tante scottanti analogie politiche tra i due paesi, vi il problema della limitazione della DNU (decretaciòn de necessidad y urgencia). La DNU è una pratica simile ai decreti legge italiani, che possono essere promulgati dall'esecutivo, senza discussione parlamentare. In Argentina, le opposizioni hanno già approvato alla camera una legge che ne limita l'uso, ma il senatore Nestor Kirchner ha auspicato che la presidenza (sua moglie Cristina) ponga un veto alla legge, nel caso venga approvata dal senato. Il pretesto è, ovviamente, che in una situazione di emergenza, come quella del paese, l'esecutivo deve poter agire con agilità e senza impedimenti.

L'altra grande questione è quella della riforma del Consiglio della Magistratura. Le opposizioni argentine vorrebbero che si ponga un limite al controllo politico, soprattutto dell'esecutivo, sulla magistratura, ed auspicano una legge che renda più autonomo il potere giudiziario. Il rischio che, però, i giornalisti della Critica denunciano, è che i mondiali di calcio oscurino queste questioni e favoriscano, nell'anestesia generale del paese, riforme che invece di sviluppare la democrazia, la rendano più asfittica.

L'idea che tutti gli argentini sentano i morsi della crisi, scompare nel quartiere delle banche che conduce alla Casa Rosada, una piccola city londinese trapiantata oltre l'atlantico, o nel quartiere di Palermo. Qui, lontano dal microcentro, i grandi spazi verdi, circondati da lussuosi complessi residenziali, e i tanti locali e piccoli bistrot attorno a Plaza Italia danno l'idea di un benessere impermeabile alla crisi. Al fine settimana, i parchi di Palermo si riempiono di buenosairensi che praticano sport, sfruttando le attività promosse dall'amministrazione cittadina, l'iniziativa Buenos Aires Ciudad de Deportes. Dalla ginnastica, all'hockey a rotelle, al pattinaggio, o la corsa sono le attività preferite dai locali, che trasformano le grandissime aree verdi di questo quartiere, attorno al giardino delle rose (El Rosedal) e il planetario, in un Central Park del Sudamerica.

Più lontano, tornando alla Plaza de Mayo, la percezione di questo benessere è smorzata dagli striscioni lasciati dalle associazioni di veterani delle Malvinas. Sono le associazioni delle truppe che hanno subito una guerra imposta dalle alte gerarchie militari, nel loro tentativo di conservare il potere politico e riguadagnare un certo consenso popolare, quando la dittatura era già al tramonto. Ai semplici soldati non sono stati riconosciuti né diritti né indennizzi, per una guerra che tutti adesso sembrano voler dimenticare.

Domenica pomeriggio, intanto, l'Argentina conquista i quarti di finale da giocare contro la Germania, e per i tanti tifosi venuti ad assistere alla partita allo schermo gigante nel Parco del General San Martin, al Ritiro, comincia una lunga notte di festa, che attraversa tutti i quartieri della città: dal microcentro a Palermo, al bellissimo barrio di San Telmo con le sue architetture ispirate allo stile coloniale, con balli e stamburate per le strade. Una grande festa che potrebbe durare fino al risveglio della fine del Mondiale.

Monday, June 21, 2010

Aghi e punzecchiature = Needles and Pinpricks

Il dottor M. armeggia sulla tastiera mentre scruta il terminale del computer dalla remota lontananza delle sue lenti fumée. Hanno lo spessore del fondo di una bottiglia di champagne o un vetro antiproiettile a doppia blindatura, e sono sorrette da una sottilissima montatura che, sospesa sul naso allungatissimo e ancorata alle poderose orecchie, sfida le leggi della gravita e della scienza delle costruzioni. Lui è un uomo altissimo, magrissimo fino alla denutrizione, scuro di carnagione, e dalla voce bassa, calma e rassicurante. Tra i tappettii della tastiera, sulla quale opera con la violenza cui erano soggette le vecchie Lettera 35 quando il nastro era giunto alla consunzione della trasparenza, M. emette un borbottio di protesta contro la connessione internet, maledicendo lo stato che risparmia sulle risorse del suo ufficio, e il tecnico informatico che l'ha abbandonato in balia di una tecnologia umorale, ostile e incomprensibile. Alle sue spalle, su un'altissima libreria, siede, nella sua polverosa solennità, tutta la scienza infettiva: i cinque giganteschi tomi del Professor Djembé sulla colorazione delle feci in una crisi di diarrea tropicale, con tavole a colori e rilegatura in vera pelle di zebù, dono di uno stregone africano; i quindici dottissimi volumi del Dottor Zanzotto sulla picchiata della culex pipiens in assetto di guerra, dall'identificazione della sua vittima predestinata, all'insorgere dei fastidiosi pruriti sulle parti più nascoste al sole; e gli innumerevoli saggi dai titoli esotici ed invitanti come “Vivere con l'epatite B e le altre lettere dell'alfabeto”, “Viaggio al termine della malaria”, “Un giorno la dengue ti colpirà”, “Il ritorno della psoriasi”. Dietro la sua scrivania, il dottor M. consulta tutte le notizie più aggiornate sulle malattie che incontrerò nel corso del mio viaggio, seguendo le linee del testo col regolare movimento degli occhi, che sguazzano come pesci dietro l'acquario dei suoi occhiali. Dall'altra parte della scrivania, su una sedia ripida come il seggiolino d'espulsione dell'areo di un top gun, lo ascolto in religioso silenzio, mentre, col dovuto rispetto e discrezione, compio le necessarie pratiche di scongiuro, pronunciando nella mente le consuete formule in dialetto siciliano. Apprendo, così che mentre l'Argentina è sana come un pesce non fosse per la febbre del tango, Bolivia e Perù, dove intendo recarmi successivamente, costituiscono un vero pericolo per la salute dell'ignaro viaggiatore. Così vengo edotto, che dal bacino amazzonico alla regione delle Ande, conviverò con le assai famose malaria, epatite e tifo. Ma potrei anche fare l'esperienza delle meno note, ma non meno fastidiose, bartonellosi, ciaga e lesmaniosi. Nelle zone più calde e prossime alla selva, però, impera la febbre gialla, di cui il dottor M. è acuto conoscitore e signore della prevenzione. Mi invita così a prendere un appuntamento per il primo punzecchiamento... una proposta, che, come direbbe Marlon Brando in un celebre film, non posso rifiutare (I'm gonna make him an offer he can't refuse).

Doctor M. taps on the keyboard as he attentively observes the screen from the remoteness of the aquarium in which his eyes waddle. They are behind a thin frame that, defying gravity and all theorems of construction science, supports dark lenses thicker than the bottom of a bottle or a bullet-proof glass. He is amazingly tall, thin as if hunger-stricken, dark skinned, and with a low tone voice, calm and reassuring. He operates on the keyboard with the same violence as if on an old Remington with an inked band consumed to transparency. Every now and then, M. emits a babbling noise, corresponding to a curse against the internet connection, the state that provides his office with poor resources and little money, and the IT technician, who left him at the mercy of a moody, hostile and incomprehensible technology. At his back, a huge bookcase contains all infective science sitting in its dusty solemnity. (to be continued)