Saturday, July 24, 2010

Purmamarca (10.7.2010)













Ecco alcune foto degli spettacolari cerros che circondano Purmamarca. Sono particolari i colori, ce ricordano la palette di un pittore, ma anche le forme curiose, che fanno pensare a giganti di pietra, faccioni, o corpi, come quelli scolpiti da un michelangelo ispirato dal torso di Belvedere.

Da Jujuy a Tilcara – From Jujuy to Tilcara (9.7.2010)















A Jujuy avevo l'intenzione di visitare con un tour di un giorno la Quebrada di Humahuaca, una specie di toccata e fuga. Fortunatamente, le agenzie cui mi rivolgo non sono in grado di offrirmi il tour giorno 9, così decido di andare a Tilcara (uno dei villaggi della Quebrada) e poi decidere il da farsi. Dico fortunatamente, perché i luoghi sono bellissimi, e meritano molto di più della breve ed affannosa visita in tour guidato. In più saranno importanti per gli incontri e le tante cose che riuscirò a vedere ed imparare in questi giorni.
La mattina mi sveglio prestissimo per prendere il “colectivo” (pullman) per Tilcara. Alle sei del mattino sono così rincoglionito, che sbaglio strada e faccio un paio di chilometri extra (18 kg di zaino in spalla, più gli altri dello zainetto con computer e macchine fotografiche), anche in quartieri “no-go”. Fortunatamente, incontro un poliziotto che, anche lui infreddolito prima dell'alba della celebrazione della festa della liberazione argentina, con pazienza mi mette sulla buona strada. Alla stazione degli autobus scopro di avere un culo bestiale: riesco ad acquistare l'ultimo biglietto per l'autobus per Tilcara. Salito sull'autobus, rettifico: il mio posto era già stato venduto ad un altro passeggero. Fortunatamente il controllore mi permette di fare il viaggio in piedi insieme ad altri tre o quattro militari e poliziotti che devono spostarsi per le celebrazioni del 9 luglio.
Arrivato a Tilcara, mi dirigo subito all'ostello, dove Martin, il gestore, mi presenta a Norma e Flor, e mi da informazioni sulle passeggiate ed i percorsi trek che posso fare senza guida. Entro le dieci sono già in marcia per visitare il Pukarà di Tilcara. Il Pukarà è l'antico villaggio pre-Inka, che si trova a circa tre chilometri dall'attuale Tilcara, che in quechua vuol dire luogo di buon cuoio. Il nome pukarà, invece, si da di solito a luoghi fortificati. Tuttavia, l'antico villaggio di Tilcara non presenta alcuna fortificazione, solo si trova su un'altura da cui si domina tutto il territorio circostante. La zona archeologica era stata scavata per la prima volta nel 1908 da due archeologhi argentini, i cui nomi però suonano tremendamente italiani: Ambrosetti e Debenedetti. Una volta realizzati gli scavi, gli archeologi hanno ricostruito molte delle abitazioni e degli edifici “pubblici” del villaggio, che erano realizzati in adobe (mattoni di fango seccati al sole) con tetti di paglia impastati con fango su un telaio di canne sostenuto da tronchi di cactus. Il villaggio comprendeva diverse abitazioni, con recinzioni nelle quali venivano rinchiusi i lama, e gli abitanti si dedicavano principalmente all'allevamento e alla coltivazione di mais. Vi era anche un cimitero ed un importante edificio di culto con un altare per i sacrifici ed ambienti ausiliari. Purtroppo non vi sono chiare informazioni sulla pratica religiosa, che però potrebbe essere relazionata al sole Inti o alla madre terra Pachamama.
Il pukarà non è una realtà di pura ricostruzione archeologica. E' anche un luogo denso di memorie storiche per gli abitanti nativi del luogo, che solo recentemente hanno visto riconosciuto i loro diritti basati sul loro status di popolazioni autoctone.
Avendo con me un enorme panino con rosbeef e maionese e due litri d'acqua, decido di non tornare a Tilcara, e di avventurarmi sul percorso trekking della gola del diavolo. Si tratta di un cammino di circa 6 km, in salita che parte da quota 2500 e probabilmente arriva a quota 3000. Sei kilometri sembrano una sciocchezza, ma non faccio i conti con la rarefazione dell'ossigeno. Così, il cammino si presenta più difficoltoso del previsto, e lungo la strada incontro alcuni turisti che desistono e tornano indietro. Io, intrepido o masochista, continuo fino alla fine. Il fatto è che il paesaggio è bellissimo. Il percorso si addentra in una valle, che a tratti si fa ripidissima (sotto di me uno strapiombo vertiginoso), con uno sfondo di montagne (cerros) multicolori. Lungo il cammino, trovo diverse scritte sulla roccia, che ricordano ai passanti che ci troviamo in territorio indigeno. Questa è terra degli indios e come tale va rispettata. In prossimità della gola del diavolo, ad una piccola baracchetta, un ragazzo dai tratti andini riscuote il modestissimo diritto di passaggio della comunita aborigena Ayllu Mama Qolla (3 pesos argentini). Con questi pochissimi soldi, la sua comunità mantiene il territorio ed i sentieri, e, anche se questo non viene detto esplicitamente, rivendica la proprietà sul territorio. La Garganta del Diablo è un canyon spettacolare, che sprofonda per qualche centinaio di metri. Non ha solo un'importanza paesaggistica e antropologica, ma è anche il luogo di una presa d'acqua per un piccolo acquedotto che fornisce i villaggi aborigeni e Tilcara. Risalendo il percorso del fiume, saltando sui sassi come Calandrino alla ricerca dell'elitropia, ed evitando di scivolare sui tratti ghiacciati, percorro uno o due chilometri fino ad una cascatella. Adesso il sole è nascosto dagli altissimi cerros, e comincia a fare freddo. Decido così di tornare.
All'ostello sono il primo degli ospiti a tornare, anche se fuori è già buio. Pochi minuti dopo Flor e Norma arrivano e mi invitano ad unirmi a loro ed altri ospiti per un asado. Non me lo faccio ripetere due volte. Ho una fame bestiale. Compriamo non so quanti chili di carne, e Javier si da da fare alla brace. Flor e Fernanda si esibiscono in balli tradizionali del nord dell'Argentina. Mi unisco con Flor al rito della compartecipazione del mate, e poi Fernanda mi istruisce sull'uso delle foglie di coca. Questa non ha nulla a che vedere con la droga ricreazionale in uso in Europa o America, ma una pianta sacra, che consumata con giudizio, aiuta gli indios andini a sopportare l'altitudine, la fatica e la fame. Celebriamo così la festa nazionale del 9 luglio. Martin dice che questa sembra una festa di compleanno. Mi lascio scappare che oggi è il mio compleanno. Cominciano i cori di cumpleaño feliz, e scorre il vino. Resteremo alzati fino a tardissimo, a parlare di noi, dei nostri viaggi, dei nostri sogni... come si fa tra vecchi amici. Viaggiare lontano avvicina al cuore degli altri.

San Salvador de Jujuy (7-8.7.2010)







San Salvador de Jujuy, o semplicemente Jujuy, è la capitale della provincia estrema del nord ovest argentino. Avendo visto Salta, Jujuy non ha costituito una grande attrattiva per me. La sua struttura è assai simile a Salta, ed i suoi edifici più caratteristici sono tipici dell'architettura coloniale. Tuttavia, la città ha subito, più che Salta, la “modernizzazione”, fatta di cemento e mattoni, con fabbricati cubici degni della peggiore edilizia speculativa. Così, l'anima coloniale di Jujuy è assai più imbastardita di quella della “bella” Salta. Però, presenta aspetti socio-urbanistici più rilevanti di Salta. Mentre i quartieri poveri di Salta sono in parte mimetizzati nella sua struttura urbana, ed in parte più lontani dal centro, Jujuy mostra una città di sopra ed una di sotto. Il centro si trova tra due fiumi, ed ha un'intensa attività commerciale, con strade affollate, vecchi edifici coloniali modificati per far spazio a negozi soprattutto di elettronica e abbigliamento, con orribili insegne commerciali che spesso mascherano il carattere originario delle architetture e le loro semplici ma efficaci decorazioni a stucco. Sotto il centro, e più vicino ai margini del fiume, sono invece i quartieri poveri della città, dove prevalentemente si affolla una popolazione india o meticcia.
Jujuy, però, ha riservato anche altre sorprese. L'antico cabildo della città, il principale edificio pubblico in stile coloniale e costruito in adobe (mattoni di fango seccati al sole), è ora la sede di una caserma della polizia, con annessa scuola di polizia. In Italia potrebbe essere impensabile visitare un edificio, sia pure storico, in uso ad un corpo di polizia. Qui, invece, è stato anche aperto un museo. La cosa, tuttavia, più sorprendente per me, è avvenuta quando, visto che il museo era chiuso per la pausa pranzo, ho cominciato ad infilarmi nella scuola di polizia. Mi sono imbattuto per caso nel giovane direttore, e questi mi ha invitato a fare un giro della scuola. Poi mi ha affidato ad un suo collaboratore che mi spiega come le reclute vengono addestrate, e i funzionari più anziani aggiornati o preparati al cambio di grado. Infine, tornato verso l'ufficio direttivo, il direttore mi presenta Inma, una delle insegnanti della scuola (moltissime donne sono sia funzionari che poliziotti di quartiere), che mi spiega dell'importanza che viene attribuita nei corsi alla prevenzione del crimine, piuttosto che alla repressione, anche se mi dice che la crisi argentina ha senz'altro prodotto un incremento della microcriminalità. Insomma, come visitante casuale, mi viene offerto un tour breve ma assai istruttivo. Al termine Inma mi saluta all'argentina, con un bacio sulla guancia, ed io raddoppio, con la scusa che in Spagna ed Italia, si usa baciare le due guance.
Le esperienze di Jujuy, sia pure in una brevissima permanenza, sono state tante. Anche questa volta ho voluto fare quella gastronomica. Questo è stato il turno della parrillada. La parrillada non è tipica del solo nord, ma di tutto il paese. Tuttavia, non avendo avuto né l'occasione né la forza di sottopormi ad un'intensa somministrazione di proteine, ho deciso di rinviarlo a Jujuy, dopo mezza giornata di digiuno preparatorio. Perché il problema della parrillada è l'indeterminatezza del numero delle portate, che solitamente è cospicuo. Consiste in un pranzo o una cena (cena nel mio caso), tutto a base di diversi tipi di carne arrosto. Ho così spaziato dalle costolette alle bistecche di maiale, quindi diversi tipi di carne bovina, incluso il tenerissimo “vacio”, diversi tipi di chorizo e morcilla, fatti sia con carne bovina che suina... insomma alla settima portata ho dovuto dire basta. Era davvero troppo per le mie capacità digestive... però ho ricevuto dal cameriere una buona lezione dell'anatomia degli animali che andavo mangiando. Un po' macabro, ma istruttivo (...e anche gustoso, bisogna ammettere).
La mia visita di Jujuy finisce alle terme des Reyes, una sorgente di acqua calda. Più che il bagno nella piscina scoperta, con l'acqua calda, nel pieno inverno argentino a 1500 metri di altitudine, sono i tanti incontri che si fanno per il cammino e nell'acqua. Dall'infermiera Sonia, che mi parla del suo lavoro di strumentista in un'ospedale di Jujuy, ad una coppia di artigiani un po' hippies. Sembra che l'aria del nord stimoli i rapporti interpersonali... o forse è più semplicemente il potere disinibitorio del viaggiare. Dovrei scrivere un lungo post su tutti gli incontri più o meno occasionali ed improbabili, brevi ed intensi, ma questo adesso prenderebbe troppo tempo. Solo, mi accorgo, dopo tanto tempo, che nel viaggio è più facile aprirsi agli altri ed ascoltare le loro storie.

I fantasmi di Salta – The Ghosts of Salta (5-7.7.2010)














Salta è stata fondata dagli spagnoli nel 1582, in un'area già abitata da popolazioni autoctone in contatto con gli Inca. La città occupa una vasto altopiano a circa 1100 metri di altitudine, interamente circondato da montagne, che la chiudono quasi come i colli di Roma. Dal Cerro di San Bernardo, a circa 1300-1400 metri di altezza è possibile dominare il centro urbano, e scoprirne la struttura regolare, a vie parallele ed ortogonali, come un antico castrum romano, che segue l'originario tracciato dei fondatori. Salta era stata fondata per volere della corona spagnola per servire come stazione intermediaria tra Potosì, nell'odierna Bolivia, un tempo sede di ricchissime miniere d'argento ed oro, e la costa. Al tempo stesso, Salta e la sua regione, per il clima particolarmente favorevole, forniva alla città mineraria derrate alimentari.
Se la città ha conservato ampiamente la sua struttura urbanistica originaria, così non è per i suoi edifici, che hanno subito nel corso dei secoli l'azione dei distruttivi terremoti. Gran parte della città mostra un'edilizia sviluppatasi dalla fine del Settecento, ed anche le più antiche fabbriche, come la chiesa di San Francesco, o la cattedrale, sono state interamente ricostruite in stile barocco neoclassico nel corso del XVIII e XIX secolo. Le case, tuttavia, hanno in parte conservato l'antica struttura, che le rende simili a quelle del sud della Spagna, con ampi cortili interni, attorno ai quali si sviluppavano gli ambienti residenziali. Proprio questa è la struttura del mio ostello, con un ampio e bellissimo patio come nelle antiche case andaluse, dove mi godo all'aperto colazioni e cene. Perché, anche se è inverno, e siamo in montagna, nelle zone subtropicali, il sole è caldo, e fa freddo solo di notte.
Passeggiando per le vie del centro, ciò che colpisce è l'intensa vitalità. La città non è un oleografico luna park, ma un pittoresco misto tra tradizione che resiste e moderno che avanza... e fin'ora la vecchia città tiene duro, anche nella sua suggestiva decadenza.
Il mercato centrale, come tutti i mercati delle città del nord dell'Argentina, merita di essere scoperto. Le bancarelle di frutta sono coloratissime e competono con quelle di spezie, assai simili a quelle dei bazar orientali, con le preziose polveri disposte in sacchi o contenitori aperti. Al piano rialzato, vi sono come delle tavole calde, dove è possibile mangiare cibi tipici ed estremamente economici (al diavolo l'igiene euro-nordamericano). Mi sorprende la presenza delle cosiddette ragazze buttadentro. Le giovani cameriere, quasi ti spingono a forza dentro il loro stand, e competono tra di loro. Mi faccio vincere da una delle più belle, e do il via libera agli esperimenti gastronomici. Le empanadas non sono particolarmente difficili da comprendere e digerire. Sono pasta di pane ripiena con carne e patate, pollo, formaggio, formaggio e prosciutto, a seconda di gusti. Siccome non sono molto grandi, mi faccio portare un assortimento e le provo un po' tutte. Ma il piatto sfida del giorno sono le humitas. La ordino a scatola chiusa, e quando giunge sul mio piatto, non so come si mangia questa cosa. Fortunatamente, la bella buttadentro che mi ha fin'ora servito, viene in mio aiuto alla mia disperata richiesta, tra gli sguardi divertiti degli altri commensali. Devo prima sciogliere la cordicella fatta di fibre di mais, poi aprire le foglie di mais, e quindi mangiare il contenuto, che è una specie di pure di mais con formaggio e spezie. L'esperimento gastronomico valeva la pena, e guadagno simpatia dai tavoli circostanti, da dove mi giungono le consuete domande sulla mia provenienza ecc. ecc. Il mio diventa un pranzo molto partecipato, e non sarà il solo nel nord dell'Argentina, dove la socializzazione dell'esperienza gastronomica, specie nei mercati pubblici, è inevitabile. Insomma, in un modo o nell'altro divento un polo d'interesse ed attrazione, incentivato dal fatto che il mio castigliano aiuta molto l'infittirsi delle battute e delle relazioni.
A questa immagine accogliente e suggestiva della città, se ne aggiunge una meno pittoresca. Martedì 6 luglio, mentre visito la città, leggo due notizie in prima pagina nel giornale locale. Una, apparsa anche nella stampa internazionale, riguarda la prima apparizione pubblica (ed in corte) dell'ex dittatore Videla dopo il 1985, insieme ad alcuni membri della junta argentina (1976-1983), tra cui Luciano Benjamin “Cachorro” Menendez, capo del terzo corpo dell'esercito. L'altra, strettamente collegata alla prima, era la commemorazione in onore dei caduti di Salta, nel parco pubblico della città, poco distante da dove i tanti turisti si affollano per la teleferica del Cerro San Bernardo. Si trattava di undici dissidenti politici, cinque donne e sei uomini, che tradotti dal carcere di Salta a quello di Cordoba, furono brutalmente assassinati a Las Palomitas, a trenta chilometri da Salta, il 6 giugno 1976. Dopo essere stati uccisi, i loro corpi furono straziati e dispersi. La loro uccisione fu giustificata con la “ley de fuga”, che autorizzava i militari ad uccidere chiunque tentasse la fuga. Ovviamente, quando non vi era sparizione delle vittime, la “ley de fuga” veniva applicata ampiamente.
Dopo qualche giorno mi allontano da Salta alla volta di San Salvador de Jujuy. Lascio i fantasmi di Salta. Quelli del colonialismo spagnolo, che hanno dato alla città la sua pittoresca forma e bellezza, e quelli della dittatura, che hanno incupito la memoria de “La Linda”.

Puerto Madryn – Salta (3-5.7.2010)







Questo è un autentico atto di masochismo a lunga distanza, ma va fatto. Il viaggio da Puerto Madryn a Salta copre una distanza di circa 2300 km, che si traduce in due giorni non-stop di autobus. La compagnia con cui viaggio si chiama Andesmar, ed ha autobus a due piani con due tipi di sedili: quelli letto (cama) con poltrone ultrareclinabili e poggiapiedi quasi orizzontali, disponibili sul livello inferiore dell'automezzo; quelli semicama (semi letto) assai meno reclinabili e con cuscino poggiapiedi pressocché verticale nel livello superiore. Naturalmente tutti i posti cama sono già finiti, ma il bigliettaio riesce ad assegnarmi un semicama vicino al finestrino, che dal primo piano del pullman almeno mi garantisce la possibilità di buona vista. Il pullman arriva a Madryn con qualche ora di ritardo, ma poco male. I ritardi sono fisiologici e l'importante è arrivare. Appena salgo faccio la prima esperienza con la televisione forzata. Che uno voglia o non voglia deve vedere per forza il film, che viene somministrato a tutto volume dagli altoparlanti del pullman, un po' come il processo di ricondizionamento in Arancia Meccanica. Stanotte è un film (già iniziato) sugli zombi (forse proprio Zombies). E dopo essermi sistemato, e aver salutato le luci di Puerto Madryn, comprendo che c'è una diretta relazione tra film e cibo. Ogni volta che viene proiettato un film, viene somministrato cibo (incluso nel prezzo del biglietto). Così nel corso del viaggio divento come il cane di Pavlov: ogni volta che accendono la tele comincio a salivare per l'appetito. Stasera è una cena calda, a base di riso, purè ed una specie di spezzatino, più formaggio, prosciutto ed un dolcetto di latte. Bisogna ammettere che la qualità è superiore a quella di qualsiasi aviolinea. La somministrazione di cibo è anch'essa in qualche modo forzata. Perché il pullman non conosce soste, e chi ha bisogni urgenti può scendere al piano di sotto e servirsi della ritirata chimica, un'esperienza da horror film, peggio di Zombies. Così, il mattino dopo, mentre davanti ai miei occhi scorre al lato la Pampa, in una suggestiva impressionistica nebbia, ecco la somministrazione di un western che anticipa la colazione. Solo a Santa Rosa ci è concesso di scendere per pochi minuti, sgranchirci le gambe ed usare i bagni (anche questi, ahimè, poco raccomandabili... ma il bisogno è bisogno... in tutti i sensi).
Il viaggio procede inesorabile attraverso la Pampa. Nel corso del giorno, alla nebbia si sostituisce un sole caldo e intenso, i colori si intensificano, e le vacche che scorrevano incerte ed umbratili al mattino, adesso brucano allegramente in una distesa giallo-verde. Ma l'atmosfera bucolico-pastorale dura poco: ecco avvicinarsi l'ora del pranzo, ossia l'ora del film. Visione obbligata di film americano doppiato in castigliano e con sottotitoli in inglese per chi non capisse bene. In un impeto di ribellione, mangio i panini che mi hanno somministrato guardando fuori dal finestrino.
Ovviamente, stesso procedimento per il tè, cioè film più tè, ma con una variante: terminato il film (ed il tè) ci viene distribuita una cartellina con sedici numeri ed uno stecchino appuntito: bingo! Così, prigionieri del pullman, bisogna anche giocare a bingo e competere per una bottiglia di vino bianco offerta dalla compagnia di trasporti. Io, spunzono i miei numeri, e continuo a guardare la Pampa sconfinata. Naturalmente non vinco.
E finalmente ecco l'ora della cena. Lo capisco dalla somministrazione forzata del film americano di Gabriele Muccino. Fortunatamente, finisco presto il mio pasto caldo e carnivoro (siamo in Argentina!)... ormai fuori è buio e mi addormento.
Adesso, fuori, comincia il chiarore, il paesaggio è ormai cambiato. Non più la sconfinata pianura della Pampa, ma le vallate che si infilano tra altissime montagne. Finalmente le Ande. Mi attende la somministrazione dell'ultimo film e dell'ultima colazione rodabile... poi tra le alte montagne, a 1200 metri d'altitudine, si apre, sotto di me la vista di Salta la linda (la bella), come la chiamano gli argentini. E meritatamente.

Tuesday, July 6, 2010

Patagonia selvaggia – Patagonia industriale = Wild Patagonia – Industrialized Patagonia




Chi immagina la Patagonia come terra selvaggia e desolata può rimanere soddisfatto visitando i territori che si stendono intorno al Rio Negro o la Peninsula Valdez. Scendendo, però, più a sud, la città di Puerto Madryn presenta una sorpresa. Il piccolo centro che trent'anni fa contava circa ventimila abitanti, è ora una città che è cresciuta più di quattro volte. Il viaggiatore attratto dalle bellezze naturali e dalle opportunità di visitare la vicina riserva naturale di Peninsula Valdez, si trova di fronte un centro industriale di primaria importanza, con una floridissima economia. L'attività principale è quella della produzione dell'alluminio in uno dei complessi industriali più importanti del paese (Aluar), ma non è l'unica del luogo. A questa si affiancano le attività portuali, che hanno subito uno sviluppo accellerato proprio in conseguenza dell'industria metallurgica. Seguono in ordine di importanza la pesca, l'edilizia, i servizi. Il turismo, malgrado il suo forte impatto sul territorio, con i grandi alberghi che hanno cambiato la fisionomia della linea costiera, ha una rilevanza minore nello sviluppo economico dell'area. L'impatto delle altre attività industriali, tuttavia, e assai più forte, anche se meno apparente a chi non visita la zona settentrionale della città e la sua area periferica. Dai fumi dell'industria metallurgica, agli ampi spazi adibiti a cave per l'estrazione di materiale per l'edilizia.
L'area a sud della città, invece comprende una vasta area ancora naturalisticamente intatta. La costa circondata da alte falesie mostra uno degli spettacoli più accattivanti. E' in quest'area, insieme a quella della costa della Peninsula Valdez, poco più a nord, che da giugno a settembre vengono a svernare e a dare alla luce le balene della specie franco australe (Eubalaena Australis), mentre la riserva di Punta Loma e Punta Ninfa ospitano colonie di lupi marini ed elefanti marini. Sulla terraferma, gli ampi spazi a brughiera, sono il regno dei guanacos, animali simili ai lama, ma di dimensioni minori, volpi, e pecore.

Puerto Piramides, unico centro abitato della riserva naturale della Peninsula Valdez, circa cento chilometri a nord di Puerto Madryn, offre uno scenario completamente differente. Il piccolo centro non conta più di mille abitanti, ed è interamente dedito alle attività di turismo naturalistico e pesca. Dal piccolo golfo, su cui si apre il villaggio, che conta solo tre strade in terra battuta, partono le barche che portano i turisti per l'avvistamento delle balene. Gli avvistamenti sono spettacolari. Le barche si avvicinano solo in prossimità degli animali, spegnendo i motori e restando in attesa (e nella speranza) che gli animali si avvicinino spontaneamente. Questo non accade sempre, però con una certa frequenza, al punto che difficilmente i turisti rimangono delusi. L'avvistamento, infatti, sfrutta la naturale curiosità di questi animali, attratti dalla presenza delle barche e dell'uomo. Il loro comportamento naturale straccia tutti i miti della letteratura, dal biblico mostro di Giona, a Moby Dick e Pinocchio. Le balene, e soprattutto quella franca australe, sono assolutamente innocue, non attaccano né l'uomo né altri animali, nutrendosi esclusivamente di plancton (krill). In realtà, se non fossero protette dalle leggi internazionali, questi enormi animali marini sarebbero una preda totalmente indifesa dell'industria baleniera. Qui sono tutti consapevoli della ricchezza che costituisce il territorio e la sua conservazione, e sono riusciti a sviluppare un'economia che integra protezione ambientale ed industria turistica. Dagli albergatori, alle guide, ai proprietari delle barche da pesca e da avvistamento, tutti sono sostenitori delle più restrittive leggi internazionali sulla protezione della fauna marina, e consapevoli che l'ambiente è ricchezza.